A circa tre km dal paese di San Felice Circeo si trova il Faro di Capo Circeo, costruito nel 1866, durante il Pontificato di Pio IX, all’interno di un programma volto allo sviluppo dei Segnalamenti Marittimi del litorale laziale ricadenti sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio.
Nell’elenco “Fari e segnali da nebbia” è identificato con il numero nazionale E.F.2258 e internazionale E1542. Il Faro, appartenente alla Marina Militare, si innalza sul versante del Promontorio chiamato Quarto Caldo ed è composto da un fabbricato, adibito ad abitazione del personale civile addetto al suo controllo, e da una torre Faro, alta circa 18 metri e completamente rivestita da minute tessere di maiolica.
Il suo dispositivo lenticolare è costituito da tre pannelli poggiati su una struttura ruotante e alloggiati in una lanterna cilindrica a settori elicoidali, di circa due metri di diametro, la cui luce, a lampi bianchi, ha una portata geografica di 17 miglia. Il sistema, oggi completamente automatizzato, è dotato, per i casi di avaria, di un piccolo faro di rispetto che si accende in maniera autonoma.
Anche se la struttura del Faro è di epoca moderna, esso fu costruito in una zona, Quarto Caldo, stabilmente occupata dalla fine del II secolo a.C., come documentano i numerosi resti di murature e cisterne sicuramente appartenute a ville romane che si dislocavano a diverse quote lungo le pendici della zona più temperata del monte.
In particolare all’inizio del ’900 erano ancora visibili presso il Faro resti di muro in opus reticulatum, tegole e cocci che dovevano appartenere ad una struttura antica. È verosimile che per la natura della scogliera, che forma qui un’insenatura protetta, già in età antica ci fosse un punto di approdo e di attracco per le barche provenienti al Circeo.
La strada che da Piazzale San Francesco conduce al Faro è infatti molto antica e fin quasi all’inizio della Grande Guerra era ancora quella che i Romani tagliarono a precipizio sul ciglio del monte, con una serie di scaloni che accompagnavano i dislivelli del terreno. Purtroppo la costruzione della moderna via ha distrutto il tracciato antico, del quale si è risparmiato solo il tratto con l’antica iscrizione “Ad Promontorium Veneris”.
L’iscrizione è incorniciata da un timpano ed il testo, molto consunto specie nell’ultima riga, è il seguente:
+PROMONTUR(IUM) VENERIS PUBLIC(UM) CIRCEIENS(IUM) USQ(UE) AD MAREM A TERMINO… LXXX LONG(ITUDO) PED(UM) P(LUS) M(INUS) DCCXXV+.
L’iscrizione, datata entro la seconda metà del I sec. a.C., era una pietra terminale della strada che, costeggiando una zona demaniale che arrivava fino al mare, si dirigeva verso il Promontorio di Venere. È interessante notare come questa parte del monte fosse dedicata a Venere, il cui culto aveva forse contaminato il culto più antico e tipicamente locale della maga Circe, alla cui mitologica figura tutto il promontorio è dedicato.